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Disturbo Ossessivo

E se avessi preso l'AIDS? Il DOC da contaminazione:  sintomi, cause e cura

a cura del Dr Gaspare Costa

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Contaminazione rappresenta una delle modalità più frequenti con cui il DOC può manifestarsi; tipicamente, chi è affetto da questa tipologia del disturbo, presenta, sotto forma di pensieri ossessivi, “fissazioni”, immagini, impulsi, la paura di poter essere DOC da contaminazione contaminato o contagiato dopo essere entrati in contatto con ipotetici agenti patogeni come virus, microbi, germi o batteri.

Il contatto con sostanze ( feci, sangue, sperma, urina, sudore, carne cruda, persone malate, genitali, agenti chimici etc.) in cui, secondo le credenze di chi è affetto da DOC da contaminazione,  questi agenti patogeni possono trovarsi suscita un immediata risposta d’ansia, a cui frequentemente si associa l’emozione del disgusto,  la messa in atto di rituali compulsivi  ( lavaggi, rituali di decontaminazione,  sterilizzazione etc.) e strategie  che consentono  di  prevenire il contatto con l’agente contaminante attraverso l’evitamento dei luoghi  (bagni pubblici, autobus, treni, metropolitana, luoghi affollati, ospedali, uffici etc.) o delle situazioni giudicate a rischio ( stringere la mano, consumare cibi senza un accurato controllo, avere contatti con persone non “sicure” etc.).

Un tipico comportamento protettivo è rappresentato dall’utilizzo compulsivo di amuchina o di altri prodotti disinfettanti che la persona con DOC da contaminazione ama portare con se.Le persone affette da ossessioni da contaminazione, quasi sempre, sono consapevoli che le preoccupazioni sono esagerate ma, a causa della sovrastima della probabilità del rischio di essere contagiate, non riescono di fare a meno di mettere in atto la condotta compulsiva; il solo pensiero di essere venuti a contatto con sostanze considerate rischiose innesca l’ escalation dell’ansia a cui, solitamente, seguono le compulsioni finalizzate a neutralizzare la minaccia  che apportano una momentanea rassicurazione.

Il DOC da contaminazione può manifestarsi come paura di poter contrarre una malattia infettiva a seguito del contatto con agenti infettivi o come sensazione insopportabile di disgusto, sporco, schifo, provocata dal  contatto con una determinata sostanza “repellente” ma anche con lo “ sporco sociale” ( tossicodipendenti, barboni, zingari, malati etc.) Un esempio clinico può dare l’idea dell’architettura  del  DOC da contaminazione analizzandolo nelle sue varie componenti  (innesco, minaccia percepita, ansia, rituali compulsivi e fattori di mantenimento).

Giulia, 25 anni, studentessa universitaria, da circa due anni è affetta da Disturbo Ossessivo Compulsivo da contaminazione, in particolare presenta la “fissazione” di poter contrarre l’AIDS a seguito di un contatto con una persona o un oggetto contaminato dal virus; Giulia ricorda che il primo episodio in cui il problema si è presentato risale a circa 2 fa quando, di ritorno da una festa con degli amici, percorre una strada trafficata da transessuali. Qualche giorno dopo, mentre studiava, fu assalita da un  dubbioE se avessi preso l’AIDS?”, ovviamente l’idea gli apparve subito come inverosimile, strana, esagerata ma, con il trascorrere del tempo, divenne sempre più intrusiva fino ad assorbirla per gran parte del giorno e “distrarla” dallo studio e da altre attività quotidiane.

Il pensiero di essersi potuta contagiare  semplicemente attraversando una strada in auto le appariva come bizzarro, strano, inverosimile ma, nonostante queste considerazioni, era accompagnato da una forte ansia  e da una sgradevole sensazione di schifo, sporco, vergogna;  cosi, dopo sei mesi, decise di sottoporsi al test dell’HIV per essere certa del suo stato di salute e rassicurarsi definitivamente. Ovviamente, il test risulto negativo e Giulia si tranquillizzo per alcuni giorni ma, dopo un po’ di tempo,le ossessioni ritornarono  sempre più frequenti accompagnate da un ansia insostenibile e da un dialogo interno di questo tipo” Si, il test è risultato negativo, ma chi mi esclude al 100% che non si siano sbagliati? Se avessero scambiato gli esami, in fondo può succedere! Ma anche se il test fosse davvero il mio,  chi mi esclude che il virus dell’HIV non sia dentro il mio organismo? Alcuni miei amici frequentemente percorrono quella strada, come faccio ad escludere che qualcuno di loro non abbia rapporti con i transessuali e che quindi sia sieropositivo?

Questi amici spesso mi abbracciano, posso davvero escludere che non corro alcun rischio?”Per ridurre l’ansia Giulia inizia a mettere in atto tutta una serie di compulsioni che, almeno temporaneamente, la rassicurano circa il rischio di aver preso l’AIDS: inizia a fare il bucato separatamente con lo scopo  di ridurre il rischio che anche i propri familiari possano essere contagiati “Mi sentirei in colpa, sarebbe colpa mia se anche i miei familiari venissero contagiati, non potrei sopportarlo! Evita accuratamente di avere qualsiasi contatto fisico con persone che transitano per quella via ( niente strette di mano, baci, abbracci etc.) evita tutti i posti a rischio: prati, spiagge, boschi, parcheggi , dove è più probabile “entrare a contatto con una siringa infetta”.

Per lenire l’ansia e il dubbio di essere sieropositiva inizia a mettere in atto rituali sempre più complessi e sfinenti che le occupano gran parte della giornata: scannerizza il suo corpo per diverso tempo alla ricerca di segni o sintomi che possono segnalare la presenza dell’HIV,  lava accuratamente e separatamente la propria biancheria con particolari disinfettanti  anche diverse volte al giorno, fa almeno quattro lunghe docce per lenire la sensazione di “essere sporca”, lava continuamente le mani, con  detergenti, dopo aver toccato qualcosa di “sospetto”.

Giulia ha anche iniziato ad evitare qualsiasi rapporto “intimo” per il timore di essere contagiata o di contagiare qualcuno; si documenta spasmodicamente sulle modalità di trasmissione dell’HIV cercando, almeno temporaneamente, di rassicurarsi.  Giulia, oltre al problema del dubbio da contaminazione, inizia a sentirsi più depressa, pensa che la sua vita sia irrimediabilmente compromessa, inizia a sentirsi matta, smette di studiare, rimane sempre più isolata, occupa tutta la giornata tra dubbi e rituali di decontaminazione.

l caso Giulia è abbastanza comune, basti pensare che in Italia circa 1.000.000 di persone, distribuito equamente per sesso e classe sociale,  soffrono di Disturbo Ossessivo Compulsivo nelle varie tipologie in cui può manifestarsi; il DOC esordisce, con maggior frequenza, tra i 6 e i 20 nei maschi e tra i 20 e i 29 nelle femmine e, quasi sempre, presenta, se non trattato, un decorso cronico  che condiziona negativamente la vita delle persone affette e dei familiari. Spesso, proprio come Giulia, le persone affette da DOC da contaminazione sono riluttanti a rivolgersi ad un professionista della salute mentale (Psicologo, Psichiatra, Psicoterapeuta)  perché trovano imbarazzante parlare delle “bizzarrie” che il Disturbo Ossessivo li costringe a fare o, peggio, hanno la credenza che sia qualcosa di incurabile.

Contrariamente a queste credenze, è ormai scientificamente dimostrato che l’aderenza ad una terapia efficace come la Psicoterapia Cognitivo Comportamentale ( trattamento d’elezione secondo l’APA) o il trattamento farmacologico apportano grandi benefici se non, addirittura, la remissione completa dei sintomi.In particolare, la Psicoterapia Cognitivo Comportamentale è considerata da sola, o in associazione ai farmaci, la cura più efficace per il Disturbo Ossessivo Compulsivo; in particolare, i dati scientifici dimostrano che l’Esposizione con Prevenzione della Risposta (EPR) che rappresenta la tecnica principale per affrontare il DOC si attesta intorno al 70/80% di successo contro un 40/60% di efficacia prodotto dall’approccio farmacologico.

E' stato provato che la Psicoterapia Cognitivo Comportamentale, oltre a non avere effetti collaterali, presenta un minor tasso di ricadute; in sostanza, i pazienti  DOC curati con la Psicoterapia Cognitivo Comportamentale ottengono migliori risultati, più stabili nel tempo,  senza gli effetti collaterali  che presentano gli psicofarmaci.

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