Le Emozioni nel Disturbo Ossessivo Compulsivo - DOC - Dr Gaspare Costa - 340/7852422 - Psicologo - Psicoterapeuta

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Disturbo Ossessivo Compulsivo e i miti sulle emozioni

a cura del Dr Gaspare Costa

I pazienti affetti da Disturbo Ossessivo Compulsivo sperimentano notevole sofferenza, il loro rapporto con le emozioni (ansia, senso di colpa, rabbia etc.) appare complesso è spesso  governato da convinzioni disfunzionali  in merito alle stesse. Alcuni persone affette da DOC riferiscono una storia di invalidazione rispetto al loro "diritto" di esprimere emozioni, spesso questi pazienti provengono da famiglie "fredde" o squalificanti che ne hanno ostacolato il normale rapporto con l'affettività. Recenti approcci come l'EST - Emotional Schema Therapy-  (R. L. Leahy 2011) sottolineano come spesso la sofferenza sia alimentata dai "miti", ovvero da significati disfunzionali con cui interpretiamo la presenza di emozioni spiacevoli. Sostanzialmente i miti sulle emozioni sono dei giudizi negativi di questo genere:

• se provo ansia vuol dire che sono un debole  (un perdente)
• non dovrei sentirmi in questo modo
• sentirsi in questo modo è pericoloso
• potrei perdere il controllo a cause delle emozioni
• le emozioni dolorose non sono importanti, andrebbero ignorate
• manifestare le emozioni negative agli altri può essere pericoloso
• se gli altri non approvano vuol dire che sono sbagliate
• se non faccio qualcosa ( contrasto, soppressione, ricorso a sostanze etc.) dureranno all'infinito

questi sono solo alcuni esempi con cui i miti sulle emozioni possono ostacolare il loro normale decorso. Se, ad esempio, una persona valuta la presenza dell'ansia come un segnale di debolezza e quindi come una minaccia rispetto a scopi ed obiettivi che vuole conseguire allora è probabile che oltre all'ansia subentrano altre emozioni negative come ad esempio la tristezza (non riuscirò mai a realizzarmi). Si spiega allora come questi "miti", ovvero credenze disfunzionali, alimentano, attraverso le strategie di contrasto, sia la frequenza che l'intensità della sofferenza. Ogni persona ha i propri miti in relazione alle emozioni negative, questi vengono apprese nel corso delle prime esperienze di attaccamento con le figure di accudimento per poi consolidarsi nel corso della propria vita a seguito di esperienze ed apprendimenti successivi.
Un ambiente familiare "sufficientemente buono" ha la facoltà di modulare gli stati mentali del bambino restituendoglieli sotto forma di soddisfazioni di bisogni, questa operazione, per nulla scontata, è alla base di quella che viene definita come funzione riflessiva ( Fonagy): ovvero la capacita da parte del bambino e poi dell'adulto di saper leggere lo stato mentale dell'altro in termini di bisogni, desideri, emozioni; lo sviluppo della funzione riflessiva è alla base della capacità di sapere esprimere e condividere con gli altri il flusso delle nostre emozioni. Una ambiente familiare con queste caratteristiche tende a validare le emozioni del bambino anche quando queste sono negative o apparentemente ingiustificate, tale atteggiamento spiana la strada  ad un rapporto funzionale con le emozioni e gli altri stati mentali.

Al contrario, gli ambienti familiari "invalidanti" si caratterizzano per l'incapacità di sintonizzarsi con gli  stati mentali del bambino focalizzandosi esclusivamente sul soddisfacimento dei bisogni primari. Le emozioni non vengono riconosciute o vi si attribuisce poca importanza e spesso significati negativi. L'espressione di emozioni di paura, fragilità, richiesta di affetto o attenzioni possono essere trascurate o addirittura "punite" con atteggiamenti contrari rispetto ai bisogni del bambino.

Un bambino può esprimere l'emozione della paura perche si aspetta di essere consolato dal caregiver, se questa risposta non arriva o si manifesta in maniera paradossale ad esempio con un atteggiamento di squalifica o svilimento ( sei un fifone!) si possono creare i presupposti dell'invalidazione delle emozione e la creazione dei "miti" sulle stesse. Se queste esperienze invalidanti o punitive si presentano in maniera continuata, come tipico atteggiamento dell'entourage familiare,  si possono creare delle credenze disfunzionali sulle emozioni  difficilmente modificabili. Queste credenze, oltre ad  ostacolare l'espressione e la condivisione delle emozioni, possono creare stati di auto-invalidazione, difficoltà  a riconoscere e/o a legittimarsi stati emotivi che possono avere  ripercussioni negative sulla qualità della vita.


Chiunque abbia maturato esperienza clinica con persone  affette da Disturbo Ossessivo Compulsivo è consapevole di come i miti sulle
emozioni e i temi di invalidazione rivestono un ruolo chiave nella genesi e nel mantenimento del disturbo. In genere, le persone affette da DOC hanno alle spalle  infanzie triste, povere di calore umano, spesso si sono sentite invalidate, poco amate o trascurate. In alcuni casi la trascuratezza   affettiva  ha assunto un carattere cosi cronico e doloroso che possono essere inquadrate all'interno di esperienze traumatiche continuative; in altre situazioni è invece possibile circoscrivere veri e propri episodi traumatici come abusi o maltrattamenti fisici.

Spesso, ricordano con terrore episodi in cui i propri familiari, non di rado sotto l'effetto di sostanze, improvvisamente si discontrollavano e venivano travolti da aggressiva o rabbia. In talune casi l'esperienza infantile di queste persone è stata cosi dolorosa tanto che per difendesi dalla sofferenza hanno sviluppato meccanismi difensivi di tipo dissociativo ( Liotti e Farina), ovvero hanno imparato a "fuggire" dal dolore e dall'impotenza scindendo le diverse funzioni della coscienza rifugiandosi in un altro mondo.

Non rari sono i casi di "inversione del ruolo di accudimento" in cui vengono ribaltati i normali ruoli dell' accudito (bambino) e dell'accudente ( genitore o adulto) con l'effetto non solo di invalidare i bisogni del bambino ma anche  di iper-responsabilizzarlo rispetto a possibili mancanze che possono arrecare danno altrui.

L'inversione di ruolo rappresenta una trappola poiché, presto, il bambino imparera a non riconoscersi diritti ( essere amato, accudito, chiedere aiuto in caso di bisogno etc.) ma a soddisfare nevroticamente quelli degli altri; in secondo luogo, egli sarà ipersensibilizzato alla responsabilità, caratteristica molto frequente nel Disturbo Ossessivo Compulsivo, di poter arrecare un danno morale o materiale.

In sostanza, le esperienze continuate di invalidazione e squalifica delle proprie emozioni e stati mentali costituiscono i precursori per la costruzione di schemi disfunzionali con cui i'individuo affetto da DOC  interpreta il mondo.

Gli  schemi sono costituiti da ricordi, pensieri, emozioni, immagini ed altri contenuti mentali che  hanno a che fare con esperienze negative  (umiliazione, svilimento, squalifica, colpa, disprezzo etc.) in grado di segnare profondamente la storia dell'individuo. E' la riproposizione di questi scenari  dolorosi, considerati invivibili, che spesso la persona ha difficoltà a rappresentarsi (cosa potrebbe succedere? cosa c'è di invivibile? e davvero cosi terribile?)

e i tentativi di evitarli che "giustificano" l'attività ossessivo compulsiva. In sostanza, è come se il DOC proteggesse l'individuo  da un male ancora peggiore che ha a che fare con il fallimento di scopi terminali che orientano la sua esistenza.

Se consideriamo il dolore ed il significato legate ad esperienze di umiliazione o disprezzo, da parte di fonti "attendibili" quali possono essere i genitori, a cui si lega il senso di impotenza del bambino, appare plausibile che egli metta in atto una condotta iper-prudenziale finalizzata a scorgere e "fronteggiare" la minaccia della ripresentazione delle esperienza. La teoria evolutiva delle emozioni sottolinea il ruolo chiave che alcune emozioni "sociali" hanno per la sopravvivenza dell'individuo: la vergogna, la colpa ed il disprezzo segnalano che la propria appartenenza al branco è minacciata e, se consideriamo il significato che  assumeva l'esclusione dal gruppo agli arbori della storia dell'uomo, appare probabile come queste emozioni allarmassero l'individuo e ne stimolassero condotte finalizzate alla loro neutralizzazione.

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo sembra che questo significato evolutivo delle emozioni si ripresenta, in scala ridotta e con un significato diverso da quello della mera sopravvivenza, tanto che l'ossessivo sovrastima qualsiasi segno di minaccia ( sistema della minaccia di Gilbert) come può essere ad esempio un pensiero o un emozione.

Nel DOC i contenuti mentali hanno il potere di innescare l'attivazione di schemi disfunzionali e con essi emozioni quali l'ansia, la colpa, la vergogna, l'auto-disprezzo la cui intolleranza e "urgenza"  facilita la messa in atto di strategie disfunzionali quali il controllo, la soppressione o la messa in atto di complulsioni che a loro volta cronicizzano il disturbo ossessivo. Disturbo Ossessivo Compulsivo: scopri la cura più efficace.
La Riproduzione è Riservata- Dr Gaspare Costa
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